11-7-2006
Alla faccia di tutti coloro che lo credevano incapace nel gioco aereo, Zidane lascia il calcio con due colpi di testa: il primo, potente, preciso, bellissimo, indirizzato verso la porta difesa da Buffon, il secondo, altrettanto preciso e potente, ma inqualificabile, diretto allo sterno di Materazzi. Rosso, netto, per un gesto brutto e assurdo: un peccato finire così, con un colpo di testa piuttosto che con un assist. Un peccato, non un crimine.
Comunque, un pretesto per un "sano" sciacallaggio. La stampa saluta l'ultima partita di Zizou con un 4 (che soddisfa l'impeto etico delle penne nostrane, più impegnate a erigere tribunali in campo piuttosto che a far del campo l'unico tribunale), che stride con le ragioni infinite di quel 10 portato sulla schiena: un 10 che suggella una carriera fatta di piccoli incanti domenicali, un 10 che neppure l'incornata di un ariete potrebbe scalfire, un 10 che ricordo con infinita gratitudine come sublime 21 nel sempiterno rigore del Delle Alpi e che si dimezzò per conoscere nuovi traguardi nella cornice maestosa del Santiago Bernabéu. Si è letto di tutto in due soli giorni: picchiatore, violento (neppure la carta stampata cede al richiamo insinuante di un razzismo di bassa lega, perché subdolo), angelo-diavolo (una contraddizione che spiega la natura umana, non le pretese di un popolo che quando può si fa bigotto, per convenzione o per opportunismo) e tutta una serie di sudicerie tipiche del tiro al piccione, che da noi è più un'attitudine che un'abitudine.
Non so cosa abbia detto Materazzi, resta il fatto che quel gesto è stato grave: per il costato del difensore azzurro, per i tifosi di ogni gradazione cromatica, che non sia necessariamente compresa tra l'azzurro e il bleu, ma soprattutto per lui, incredulo quanto la gente sugli spalti e davanti ai maxischermi. E' uscito a testa bassa, una mano sul volto quasi a schermare la fila dei gradini che portano alla solitudine dello spogliatoio anticipato, a pochi passi dalla coppa sollevata 8 anni prima, dall'onda di applausi scemata in bordata di fischi. Una mano che non nasconde l'identità del gesto, né la consapevolezza dell'errore. Altri lo faranno notare e quel gesto diverrà marchio indelebile, come se già non lo fosse, perché è buona abitudine trasformare la privatezza del senso di colpa nella pubblicità della colpevolezza.
Non lo giustifico, ma tra un giudizio insindacabile e il dubbio dell'incredulità, preferisco quest'ultimo, è più a misura d'uomo, degli uomini che sbagliano, almeno, e che si rendono conto dell'errore, un attimo prima che i farisei si levino dai sepolcri per sputargli addosso tutta l'acredine e la presunzione di chi ha trovato un modo per lavarsi la coscienza sulla pelle di un qualunque imputato alla sbarra. E il coro dei media sciorina tronfio la filastrocca dei precedenti di un uomo cui è capitato di reagire in maniera scomposta alla tensione e alle provocazioni in altre 3 occasioni, perché sentenziare gli sbagli altrui assolve dal sommare i propri e individua l'ennesimo vizietto di coloro che scelgono la conferma della ragione piuttosto che la comprensione del torto. E' persino banale che dal carretto dei vincitori partano denunce e sermoni e che la scomunica venga da adoratori mansueti in odore di apostasia: per cambiare idea basta un colpo di testa. Non quello di Zizou.
Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall'altruismo, dalla fantasia (de Gregori a tempo perso avrebbe potuto fare il ct o il caporedattore sportivo) e Zidane è stato meraviglioso: in questi anni ha messo il suo talento a disposizione dei compagni e dei tifosi, disegnando parabole sottili e ritmi felpati, inventando con la palla giochi bellissimi, come quelli dei bambini e anche di più.
Ha avuto il coraggio di fare un mezzo cucchiaio su rigore, nella finale di un campionato del mondo: nella ricezione satellitare, qualcosa deve essersi perso, dal momento che quella scelta è parsa tracotanza agli occhi dei giocatori azzurri e del Pupone, che del cucchiaio ha fatto un marchio di fabbrica, tanto da rivendicarne la paternità.
Avrebbe potuto segnare di più, Zizou, se solo avesse regalato meno palloni ai compagni avanzati, ai predoni dell'area piccola, se solo avesse avuto una visione di gioco meno completa e inversamente proporzionale all'idea di sé (sebbene la tendenza locale ami scambiare la
grandeur per presunzione).
La palla ai suoi piedi perde il peso del cuoio e acquista la dolcezza e il silenzio della gommapiuma, scomparendo nell'aria per tornare a lambire lo scarpino, nascondendosi per un attimo dietro il rifugio sicuro del corpo, per poi ricomparire in un tempo tanto rapido da sembrare immobile, come l'avversario di turno,
comme dans un rêve, che è poi il titolo di un lungometraggio, dedicato a
monsieur le foot, presentato a Cannes, ma è anche la sensazione che si ha davanti alla danza ipnotica di Zizou e il segno di una carriera luminosa, di cui una sciocchezza non legittima la revisione, benché taluni abbiano il coraggio e la fantasia di farlo.
Non metto in discussione né l'uomo, né il calciatore (sono già in tanti a farlo e nel gregge, o nel branco, ogni motivazione perde di senso), ma lo ringrazio per tutte le cose belle che a me come ad altri, ha regalato: sono talmente tante, che si potrebbe persino correre il rischio di confonderle e dimenticarle, ma sarebbe ingeneroso (pertanto prevedibile).
